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13/11/2016 | 09:31

Troppo impalpabile l'azione politica di Barack Obama per pensare che gli Americani potessero tributare ai Democratici la vittoria contro Donald Trump, un personaggio quasi 'caricaturale'. L'editoriale di Marco Renna per leccenews24.it.


Trump e Obama alla Casa Bianca (ph. mediaset.it)


Dal Mondo. L'editoriale di Marco Renna

Come la maggior parte di voi sono rimasto notevolmente sorpreso dall’esito del voto americano e ci ho messo un po’ di ore prima di elaborare razionalmente e spiritualmente quel che è accaduto oltreoceano, nella patria riconosciuta della democrazia. Un riconoscimento tributato all’America e quindi a tutti gli americani, praticamente da sempre.

Mi dicevo “come è possibile? Donald Trump, personaggio che sembra una caricatura vivente, è diventato il presidente degli Stati Uniti, un tipo così poco adatto ad una valutazione democratica ha vinto le elezioni democratiche”.

Sarà il segnale di un malessere generale? O la conseguenza di qualcos’altro? Probabilmente l’una e l’altra cosa, perché le due cose potrebbero coincidere perfettamente. Ma ci arriviamo tra poco, dopo che avremo ribadito che ogni voto democratico è sacro e che, pertanto, appare inaccettabile il rifiuto dell’esito elettorale da parte di blocchi di pensiero diffusi su scala planetaria. La stessa posizione del commissario europeo Juncker sembra dettata piuttosto dall’incapacità di leggere con attenzione i cosiddetti “segni dei tempi”.

Aggiungiamo poi che la democrazia americana impone in via stabile e del tutto naturale una scientifica alternanza presidenziale, perché l’alternanza al governo è sinonimo, o quanto meno segnale sospetto, di buona politica. E allora, almeno fin qui, nulla di strano.

Il motivo che però è riuscito a cristallizzare nelle mia mente il concetto chiave alla base dei fatti accaduti risiede nella esplicita conferma, data dai cittadini americani, dell’eredità esiziale del governo di Barack Obama, un presidente che si è distinto per cose da niente o poco più.

Grandi attese, infinite speranze disattese e poi tanta noia, tanta pochezza nel palazzo più potente del mondo, in fondo alla Pennsylvania avenue.

Ecco perché la vittoria sconcertante di Donald Trump ha un grande ispiratore, un artefice indiscusso, un protagonista assoluto: mister Barack Obama, il principale sponsor della sconfitta di Hillary Clinton.

Mai abbiamo visto un presidente spendersi così tanto in una campagna elettorale ed il risultato è sotto i nostri occhi, a significare plasticamente un moto convulso della popolazione americana, in trepidante attesa di un cambiamento.

I gravi errori di politica economica e la manifesta debolezza nella politica estera hanno prodotto il più monumentale dei cortocircuiti in casa dei democratici, nessuno ne conosce i meccanismi interni, sono note invece le conseguenze, e cioè l’implosione sulla linea del traguardo del brand Clinton, un marchio di fabbrica che aveva già mostrato anzi tempo innumerevoli e molteplici difetti di fabbrica.

Del resto la nepotistica visione della politica appartiene alla cultura istituzionale americana, repubblicani e democratici non differiscono molto sul punto, ma questa volta la Dynasty clintoniana è stata spazzata via dalla fantasia del coyote, capace di bruciare nel fuoco di una propaganda a portata di cuore le vetuste e anchilosate progettualità di Hillary e del suo staff.

La sorpresa è passata ormai, a quattrogiorni dalla vittoria di Trump è già tempo di futuro, lo sconcerto lascia il posto alla speranza, fuori dall’opprimente fantasma della guerra fredda che la Clinton ha agitato negli ultimi 10 mesi, e certamente lontano dall’idea che gli americani siano così pazzi da votare per un disegno folle e una politica balzana. Coraggio, quindi, i codici nucleari dovrebbero essere al sicuro, nonostante tutto… (speriamo).


Obama intanto si è già spellato le mani con applausi a scena aperta al presidente eletto, ricevuto in quella stanza da cui sta per sbarackare. Di lui, peccato, non resterà granché, a parte il pasticciotto del nostro Angelo Bisconti, che consigliamo a tutti, repubblicani e democratici.




Autore: Marco Renna

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